Stralci da un’intervista di Claudia Benatti a Philippe Godard, saggista francesce, autore di «Contro il lavoro» (Elèuthera), pubblicata dall’ultimo numero del mensile Terra nuova. Su questi temi suggeriamo la lettura dell’articolo «Il fiorire della vita, il lavoro e la decrescita» di Paolo Cacciari e di due libri straordinari: uno più datato ma attualissimo, «Disoccupazione creativa» (Boroli) di Ivan Illich, l’altro appena uscito, «Crack capitalism» (Derive Approdi) di John Holloway.
Il lavoro impedisce l’invenzione e la sperimentazione di rapporti più ricchi e articolati, ci priva della gioa del saper fare tante attività diverse, e di farle non perché dobbiamo, ma perché ci sembra giusto e necessario (…). La maggior parte degli uomini non si è dedicata spontaneamente al lavoro inteso come produzione di beni destinati a mercati anonimi e sconosciuti, destinati cioè ad alimentare l’economia monetaria. È stato con l’avvento degli Stati moderni e del capitalismo che gli esseri umani sono stati trasformati nella meteria prima destinata a una macchina che trasforma il lavoro in denaro (nella foto, un mural cileno).
L’esaltazione del lavoro presenta, per chi detiene il potere, l’enorme vantaggio ideologico di riunire sotto lo stesso vessillo sfruttatori e sfruttati. Si finisce così per considerare il lavoro come un valore; ma se così è, allora significa che questa società considera anche il processo di produzione-consumo un valore fondamentale, prospettiva di per sé agghiacciante. Peraltro è un giochino che permette di schiacchiare le libertà, che si riducono solo a quelle necessarie al valore del lavoro: poter produrre e consumare liberamente. Il lavoro, dunque, è divenuto un modello di società all’intern della quale non ci resta che il consumo.
Il sindacalismo per i diritti del lavoratori? Non libera dal lavoro, vuole semplicemente sostituire il lavoro per i padroni con un lavoro collettivo per la comunità in senso astratto. Tutti quanti, nessuno eslcuso, negano invece la possibilità di una cooperazione spontanea, umana e pacifica; il sistema capitalista si adora per renderla sempre meno realizzabile (…).
Capitalisti, comunisti, persino anrchici, ci hanno sempre raccontato che la tecnica, a seconda della direzione che le sarebbe stata data, avrebbe potuto essere messa al servizio dell’emancipazione anziché dell’oppressione. Illusi sono anche i moderni ecologisti soft, che sperano e credono che la tecnoogia, sinonimo di miracolosa efficacia, di massima produttività e minimo consumo, possa salvarci dal mondo abbrutito, abbrutente e inquinato. Eppure la storia ci ha insegnato che i balzi tecnologici sono sempre accompagnati da un aumento dellla pressione sugli essere umani, una maggiore limitazione delle loro livertà, un’accentuazione del dominio e della repressione contro chiunque contesti questi meccanismi. (…) Ormai bisogna andare oltre anche la decrescita, occorre una critica radicale a tutto ciò che ci rende servi.
Quelli che noi consideriamo «selvaggi», dedicano mediamente alla produzione di cibo non più di tre i quattro, massimo cinque ore al giorno; produzione peraltro interrotta da frequenti pause. Il resto è per le relazioni, per se stessi e per la comunità. E non vivono nella miseria, come vorrebbero farci credere, sono invece nella società dell’abbondanza. È la nostra società contemporanea ad aver creato carestie e povertà su larga scala. Ed è la nostra società ad avere talmente interiorizzato il lavoro da non poterlo più mettere in discussione, se non rimettendo in discussione il senso stesso della vita. Ebbene, è ora di farlo.
Per liberarsi occorre smettere di produrre. La nostra unica scelta è tra il lavoro e la liberazione. Di fronte a un input tanto drastico, molti si spaventano. Invece no, non ci si deve spaventare. (…) Possiamo inventarci un’esistenza diversa, dalla quale bandire il lavoro. Il non-agire è tutto il contrario del non-intervento. Non è un ritirarsi dal mondo, bensì una critica verso qualsiasi azione contro l’ambiente. Non è un modo di fare la rivoluzione, ma di viverla.




3 comments
gianni terzani
6 luglio 2012 a 18:21 (UTC 2)
Una cosa è la teoria, altra è la pratica. Per cui, teoricamente, l’articolo è pienamente condivisibile. Praticamente, io non butterei via il lavoro dei sindacati e di certe forze di sinistra (mi riferisco a quando entrambi potevano esssere considerati tali, cioè molto molto tempo fa) per la riduzione del tempo di lavoro (vale a dire: lavoriamo tutti per lavorare meno).
Certo è che dovremmo essere tutti più accorti (e qui l’istruzione è fondamentale) a capire quali sono gli strumenti del sistema capitalistico per relegare la massa alla schiavitù. Suggerisco di leggere il capitolo 13 del 1° libro de Il Capitale per comprendere come, nella nascente industria, l’avvento delle macchine, le quali non necessitavano della forza tipica dei soli maschi adulti, trasformò donne e bambini in lavoratori, abbassando così il costo del lavoro ed unificando tutti i lavoratori su livelli salariali inaccettabili (consiglio vivamente la lettura almeno di questo capitolo, perchè i dettagli che Marx presenta sulle situazioni di sfruttamento dei bambini sono a noi inimmaginabili). Insomma ciò che veniva venduto come grande innovazione per ridurre lo sforzo fisico del lavoro, era in realtà un mezzo di sfruttamento delle masse a cui immediatamente uomini, donne e bambini avrebbero dovuto ribellarsi.
Mi pare che proprio nello stesso paragrafo, in una microscopica nota, si parli di una macchina (Bandmhule) che venne utilizzata in Sassonia solo nel 1765, quasi 200 anni dopo la sua invenzione, proprio perchè rendendo molto più produttivo il processo di tessitura, avrebbe portato alla fame grandi masse di lavoratori con conseguenti rivolte sociali incontrollabili. Ma allora il sistema capitalistico non esisteva ancora e non controllava i politici (non che non ci fossero altri problemi!).
Oggi, se nella nostra società “progredita” non esitono i problemi sopra menzionati, ciò non significa che il grado di istruzione sia adeguato a quelli che sono i mezzi di impoverimento delle masse. Anzi, il divario culturale tra questi e la massa è cresciuto in maniera esponenziale perchè il capitalismo finanziario può farsi forte dell’intelligenza elettronica dei computer dietro alla quale c’è, sì e comunque, la mano dell’uomo, ma quanti pochi uomini ne hanno il controllo e quanti invece ne sono controllati!
Termino qui, altrimenti risulta più lungo il commento dell’articolo.
paolo mazzanti
9 luglio 2012 a 15:18 (UTC 2)
Concordo con il commento di Gianni Terzani. Purtroppo occorrerà un tempo che non so definire per smantellare il sistema attaule ed arrivare alla soluzione prospettata. In ogni caso è bene avere la forza di insistere su quella strada.
Philippe Godard
11 luglio 2012 a 12:56 (UTC 2)
Anch’io sono d’accordo con il commento, piu o meno. E certo che i sindacati hanno avuto un ruolo positivo a certo momento, ma dopo ?
Enteramente d’accordo con la lettura di Marx, en effetto, e si puo dire che una gran parte del “Capitale” da informazioni molte interesanti sulla situazione dei operai a questa epoca.
Oggi, ci sono altri problemi, come, per esempio, produrre piu lentamente e con una qualità migliore, senza destruttività di qualche tipo, e dobbiamo praticare o inventare nuove pratiche. Per me come per Gianni, mi sembra che l’istruzione è fundamentale. Non conosco bene la situazione in Italia, mi in Francia, è chiaro che gli assalti all “Educazione nazionale” e, al di là, alla utilità dei saperi (particolarmente politici, per esemplio solamente sapere che è “democrazia” o “repubblica”, senza parlare di “comunismo” o “anarchia”), se generalizzano. Ora, mi sembra importantissimo “politizzare” la gioventu che no lo he molto… almeno in Francia. Perché se la gioventu non se politizza di nuovo, sembra difficile cambiare le cose nel futuro, no ? E per cambiare la nostra visione della produzione e del consumo, dobbiamo avere una visione piu politica del futuro…